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Tra gli obiettivi alla base dell’azione di L’abilità c’è anche il promuovere e tutelare il benessere del bambino con disabilità con ogni mezzo idoneo a garantirne una vita piena, il che implica anche lavorare affinché possa partecipare alle attività e agli eventi che caratterizzano una comunità: dal lavoro alla scuola, dallo sport alle attività culturali. Abbiamo dedicato a questo tema il numero #06 del nostro Magazine. Pubblichiamo progressivamente tutti i pezzi, iniziando dall’intervista a Carlo Riva, direttore di L’abilità, che racconta cosa significa includere una persona con disabilità, che sia un adulto o un bambino, nella vita sociale.

 

L’inclusione è un processo culturale che si muove su due binari: l’uno interessa la persona con disabilità, l’altro invece è rappresentato dal contesto nel quale tale persona va a vivere un’esperienza. Tempo fa si ragionava partendo da un presupposto completamente diverso: l’ambiente doveva aprirsi alla persona con disabilità, promuoverne l’inclusione senza che questa assumesse un ruolo attivo, ma l’inclusione è molto più di questo. Includere significa lavorare al contempo sulla persona e sul contesto. Quindi, per garantire l’inclusione, da un lato dovremo fare in modo che la società sia pronta ad accogliere l’altro, il diverso da sé, dall’altro dovremo far sì che la persona con disabilità abbia tutti gli strumenti necessari a gestire l’interazione.

Tutti noi cerchiamo, per natura, la relazione, la comunicazione e l’incontro con l’altro: quando incontriamo una persona con disabilità dobbiamo accoglierla nel modo giusto, essere pronti all’ascolto. Per farlo, abbiamo bisogno di utilizzare dei facilitatori, degli strumenti che possano agevolare tale incontro.

Facciamo un esempio pratico: un museo, un bar, un luogo pubblico qualsiasi decidono di includere una persona con disabilità motoria. Il facilitatore in questo caso è la pedana o l’ascensore. Quindi la persona normotipica attrezzerà l’ambiente con la pedana o con l’ascensore. Questa è una facilitazione strutturale e materiale, ma c’è una facilitazione che è altrettanto importante: quella motivazionale. Cioè la persona con disabilità ha desiderio, ha volontà, è pronta a entrare in quel contesto, in quel posto? Parte del nostro lavoro riguarda proprio questo aspetto: ci impegniamo affinché la persona con disabilità possa apprezzare la bellezza dell’essere incluso e della partecipazione sociale, e abbia tutti gli strumenti per gestire la situazione.

Una persona con disabilità intellettiva, specialmente se adulta, vive spesso in contesti monotoni, fa esperienze che sono poco inclusive perché ha paura della novità, di affrontare contesti non conosciuti, di entrare in dimensioni che non gli sono proprie. Per questo motivo lavoriamo perché sia conscia del fatto che è importante che viva quella nuova esperienza. Non posso semplicemente dirle: andiamo a fare una visita nel museo perché lì sanno come accoglierti… dobbiamo iniziare a usare dei facilitatori motivazionali, pedagogici, strumentali perché sappia cosa l’aspetta, come sarà la visita e cosa avrà modo di fare… e quanto varrà la pena farlo.

Includere significa analizzare la situazione a 360° gradi e occuparsi di molteplici aspetti. Ad esempio, lavorando sull’accessibilità di un contesto museale, il primo passo riguarda la formazione: perché possa accogliere una persona con disabilità, infatti, l’operatore deve sapere cos’è la disabilità intellettiva, come relazionarsi con la persona, quale linguaggio utilizzare, quali modalità. Il secondo step riguarda invece i facilitatori, gli strumenti specifici per l’accoglienza in quel contesto: costruiamo un percorso di visita adatto, la storia sociale per descriverlo, con un linguaggio facile alla comprensione e l’uso della Comunicazione Aumentativa Alternativa… In ogni contesto, quando ci occupiamo di inclusione, studiamo a fondo i facilitatori, curiamo il processo pedagogico e quello educativo. Non solo nei musei, ovviamente: facciamo questo tipo di analisi anche quando lavoriamo con un bambino con disturbo dello spettro autistico che frequenta Agenda Blu, affinchè possa partecipare alla festa della scuola o di compleanno con i compagni o andare al parco. Ci interroghiamo continuamente su quali strumenti dobbiamo costruire per lui e con lui perché possa vivere questa esperienza. Ma il percorso verso l’inclusione non è ancora concluso: bisogna lavorare anche con la persona con disabilità, con i familiari e i caregiver e prepararli alla visita con gli strumenti e le modalità più opportune. Questo punto è molto importante, perché spesso non si vivono contesti di quotidianità e bellezza per paura dello sguardo dell’altro, per il timore di non essere compresi, aiutati, supportati.

È, ovviamente, un lavoro lungo e complesso anche perché implica l’analisi approfondita delle caratteristiche delle diverse disabilità – motorie, cognitive, sensoriali – per capire quali siano gli strumenti più adatti all’inclusione, senza perdere di vista due aspetti importantissimi: libertà di scelta e fattibilità.

Non è detto che tutte le persone con disabilità vogliano necessariamente frequentare un museo, ma dobbiamo fare di tutto perché possano farlo, se lo desiderano. D’altra parte, dobbiamo essere consci del fatto che non è sempre possibile rendere accessibile un luogo, un evento, un’esperienza, per svariate ragioni – strutturali, economiche, di sicurezza. In questo senso, trovo molto interessante il lavoro fatto dal Metropolitan Museum di New York: periodicamente vengono indicate, a seconda degli eventi in corso, le sale che sono accessibili e quelle che non lo sono. Questa condivisione di informazioni è molto importante perché testimonia da un lato l’impegno per l’inclusione, dall’altro i limiti che ci possono essere all’inclusione stessa: una consapevolezza reciproca di fondamentale importanza quando parliamo di incontro con l’altro e di accessibilità.

E noi di L’abilità continueremo a lavorare per favorire l’incontro con l’altro, sempre.

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