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In un articolo pubblicato sul settimanale Espresso è stata raccontata la storia di una mamma, Maria, e di suo figlio, Alessio, un ragazzino con disturbo dello spettro autistico. A questo link l’articolo completo.

Riassumiamo i punti principali della storia. Alessio ha 14 anni ed è iscritto a una scuola superiore. Ma ha problemi comportamentali difficili da controllare per il personale scolastico, tanto che il preside, davanti alle difficoltà di gestione dell’alunno, in un incontro con i genitori, è lui a chiedere aiuto a loro. Citiamo dall’articolo: “Se volete che Alessio frequenti la mia scuola, al suo fianco ci deve essere qualcuno che lo aiuti e ci aiuti”.

E cosa fa mamma Maria? Anziché indignarsi per la dichiarazione del preside, rappresentante delle Istituzioni nella sua funzione, si licenzia dal suo lavoro di contabile e va a sedersi tra i banchi di scuola insieme a suo figlio. Sarà lei stessa quel “qualcuno” auspicato che aiuterà Alessio a finire gli studi. E infatti, grazie all’aiuto costante della mamma che lo segue attentamente Alessio si integra perfettamente nel gruppo classe (“non salta nemmeno una festa di compleanno” cit.) e prende il diploma.

Tra le righe dell’articolo sembra che l’operazione sia un successo, “un ritorno a uno stato di quiete”.

Sì, il caso di Alessio è un successo perché è la dimostrazione che serve una figura educativa che segua costantemente l’alunno con disabilità, che lavori sul bambino e sul gruppo classe. Perché rende evidente quanto sia necessaria una figura che faccia vivere al bambino con disabilità l’esperienza scolastica in modo completo, che faccia rete tra gli insegnanti, la famiglia e gli specialisti che hanno in carico il bambino.

Ma questa è una figura il cui lavoro è mosso dalla professionalità e dalle competenze, non dall’amore materno né dalla caparbietà di dover riuscire a ogni costo.

Questa è una figura che segue l’alunno regolarmente e continuativamente dall’inizio dell’anno perché è opportunamente retribuita e contrattualizzata e non perché è ripagata dalla realizzazione del proprio figlio.

Questa figura si chiama educatore o insegnante di sostegno, non mamma.

Nell’ articolo si leggono chiare tutte le difficoltà e impreparazione del sistema scuola, non solo sul tema dell’autismo, ma anche dell’inclusione. E si leggono altrettanto chiare le motivazioni della mamma, che messa davanti a un drammatico e inaccettabile out-out non si risparmia per il bene del figlio.

Capiamo il gesto di questa mamma profondamente perché conosciamo il desiderio di inclusione dei genitori dei bambini con disabilità per i propri figli.

Ma oltre a essere sconcertati dal sistema scuola che si dimostra più fragile di chi è fragile per condizione, ci poniamo degli interrogativi anche sul modo in cui sono stati esposti i fatti dalla giornalista: ci si aspetterebbe una denuncia urlata, invece è quasi un racconto a lieto fine.

Qui non esistono buoni sentimenti, ma generale poca consapevolezza di cosa sia davvero l’inclusione e tanto lavoro ancora da fare per costruire una nuova cultura della disabilità.

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