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di Laura Dones, neuropsicomotricista e coordinatrice del Centro Agenda di l’abilità Onlus

“Nessuno poteva sapere quanto io capissi, perché non riuscivo a dire quello che sapevo e nessuno pensava alla cosa che non sapevo, a quella connessione mancante da cui tutto dipende: non comunicavo con le parole non perché ero incapace di apprendere l’uso del linguaggio, ma semplicemente perché non sapevo a cosa servisse parlare.”

Jim Sinclair

Le persone affette da un disturbo dello spettro autistico presentano una compromissione qualitativa della comunicazione; ce lo dicono i criteri diagnostici dei manuali medici ma ce lo conferma soprattutto la quotidianità insieme ai bambini che frequentano il Centro Agenda.

I bambini con autismo sono diversi nella loro eterogeneità e quindi anche le abilità comunicative di ciascun bambino sono uniche. Ci sono però delle caratteristiche comuni: la limitatezza della comunicazione, uno stretto legame tra le difficoltà di comunicazione e quelle sociali ma soprattutto la difficoltà a riconoscere e padroneggiare il meccanismo di fondo della comunicazione ossia il perché sia necessario scambiare dei messaggi.

I genitori dei bambini con autismo dicono che “non comunicare” è forse la difficoltà maggiore che essi sperimentano nella vita con il bambino. I genitori sanno che comunicare è un fattore essenziale per una buona qualità della vita.  Essi capiscono per via intuitiva ciò che ci dicono gli studi più attuali sull’intreccio tra comunicazione e problemi di comportamento (Carr) e apprendimento (Bruner).

I genitori ci chiedono di intervenire sulle abilità comunicative e le Linee Guida della SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) ci dicono che il progetto terapeutico per le persone con autismo deve prevedere l’attivazione di una serie di interventi finalizzati a:

  • Migliorare l’interazione sociale
  • Arricchire la comunicazione
  • Favorire un ampliamento degli interessi ed una maggiore flessibilità degli schemi di azione

E noi cerchiamo di rispondere a queste richieste attraverso un’educazione volta al miglioramento delle abilità sociali e comunicative, allo sviluppo di un comportamento più adeguato e alla diminuzione dei problemi di comportamento.

Sono le 9.00 quando salutiamo i genitori e siamo pronti a passare una mattinata con Giulio, Lorenzo, Federico, Mattia, Thomas e Kevin.

Per tutti l’obiettivo primario è lo sviluppo dell’intenzionalità comunicativa. L’insegnamento volto a promuovere l’intenzionalità comunicativa deve avere luogo nell’ambito di situazioni e routine altamente prevedibili: il contesto deve essere prevedibile e strutturato (Schluer, Prizant, Werherby 1997).

Una seggiolina indica dove sedersi per mettere le calzine antiscivolo, un tavolo esagonale indica lo spazio del gioco condiviso e un morbido pouf quello del relax; un rituale di accoglienza diverso per ogni bambino  si ripete ogni mattina.

La merenda diventa l’occasione per incoraggiare e promuovere comportamenti comunicativi sempre più adeguati e il gioco delle bolle di sapone o del palloncino che vola sono alleati fondamentali perché Federico ci guardi negli occhi, Thomas indichi il simbolo di ‘ANCORA’ e Lorenzo ci dica : “Voglio bolle”.

agenda

 

Ogni 30 minuti si cambia attività, stanza ed operatore perché lo scopo è che le abilità acquisite vengano generalizzate in vari contesti. Nulla è lasciato al caso e all’improvvisazione estemporanea perché l’anticipazione di comportamenti altamente prevedibili è la cornice per lo sviluppo della comunicazione intenzionale (Bruner 1981).

Kevin sposta la freccia verde e la sua agenda alla situazione successiva, a Giulio viene mostrato un pezzo di Duplo così che possa capire quello che succederà, quello che ci aspettiamo da lui. Gli strumenti iconici, simbolici o reali, sono personali e costruiti in seguito ad un’attenta valutazione del bambino ed ‘evolvono’ insieme alle sue competenze.
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I bambini non vengono ‘portati’ in bagno ma gli viene fatto capire quello che sta per succedere mostrando loro un pannolino o facendo loro vedere un simbolo. La comunicazione aumentativa non impedisce, ma anzi facilita l’acquisizione del linguaggio verbale; questo perché viene fornita alle conoscenze verbali un’effettiva base comunicativa.

Il nostro lavoro però va oltre le quattro stanze del Centro Agenda. Perché le abilità acquisite vengano generalizzate è necessario che l’intervento abbia luogo nella ‘rete ‘ di servizi che sostiene il bambino e soprattutto che vengano condivise con la famiglia. Carte oggetto, quaderni PECS e mini-schedule viaggiano negli zainetti; quaderni di comunicazione tra operatori  e famiglia ci tengono aggiornati sulle evoluzioni in essere.

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Sono le 13.00 e mostriamo le scarpe a Thomas, Kevin sente il suono del citofono e va verso lo zainetto.
Ci inginocchiamo davanti ai bambini, chiudiamo la zip della giacca e cerchiamo gli occhi per un ultimo ‘Ciao’ o ‘Batti 5’.

Dopo aver riordinato togliamo i grembiuli che indossiamo e dalle tasche togliamo un palloncino, il simbolo ‘ASPETTA’, una talloncino trasparente con una linea rossa che significa ‘non c’è’.  Perché per lavorare sulla comunicazione non è abbastanza strutturare, prevedere, organizzare: è importante utilizzare anche tecniche di insegnamento incidentali, approfittando di tutte le situazioni che possano permettere l’apprendimento in un contesto naturale (Harris, 1995).

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