Articolo 1, garantiamo il diritto alla fantasia

di Carlo Riva, direttore dei servizi di L’abilità

Il gioco è il movimento, il ritmo della musica, il rimbalzare della palla, la danza che ci salva dalla ferrea marcia della vita. È il momento “insensato” che dà valore al giorno e lo rende memorabile. Credo profondamente che viviamo in un universo giocoso.

Credere in un mondo che gioca, come dice Stuart Brown in Gioca! (2013, Ultra) vuol dire credere alla vita.

Come può esserci vita d’altra parte senza movimento, senza una colonna sonora di sottofondo, senza un oggetto tra le mani che trascende la realtà o la utilizza, senza la leggerezza ondeggiante di un corpo?

I bambini, che sono sia filosofi sia esploratori, lo sanno molto bene: per vivere o meglio per capire di cosa è fatta la vita hanno bisogno di giocare. Giocano con le parole come fanno i filosofi e giocano con il corpo come fanno gli esploratori, alla ricerca degli oggetti e del loro uso da toccare, delle parole per dire le emozioni che vedono e provano, delle novità di più esperienze possibili per guardare la differenza tra grande e piccolo, tra rosso e blu, tra io e tu.

I bambini lo sanno.

Poiché giocare è un bisogno innato biologico e psicologico, i bambini sanno che se stanno senza giocare muoiono nel loro sviluppo perché non potranno sapere nulla ma soprattutto non potranno conoscere una delle cose necessarie per vivere: il piacere. Il piacere di giocare insieme agli altri e come gli altri, con un aquilone che vola, la risata di una palla che si muove, la felicità perché si sporca con i colori.

E i bambini con disabilità dove sono mentre i bambini godono di tutto questo in gruppo con i pari?

Da alcune ricerche emerge che i bambini con disabilità intellettiva rispetto al bambino normotipico, mostrano una percentuale maggiore di gioco solitario (Guralnick et al.; Guralnick & Groom; Kopp et al.), interagiscono meno con i coetanei e mostrano livelli di complessità inferiori nel coinvolgimento (Guralnick, Connor, Neville e Hammond; Luttropp & Granlund). I bambini con disabilità intellettiva  hanno meno probabilità di iniziare a giocare con i coetanei e hanno difficoltà di cooperazione (Luttropp & Granlund; Messier et al.).

Emerge quindi un quadro di bambini che passano il tempo molto più spesso nella passività o nel vuoto, con reti sociali ridotte e raramente hanno amici disponibili con cui giocare. Questo tempo è trascorso invece con gli adulti di riferimento (genitori, insegnanti, educatori) che possono comprendere il bambino con disabilità intellettiva, adattandosi al loro livello cognitivo e quindi relazionale e comunicativo (de Falco, Esposito, Venuti e Bornstein; Moyson & Roeyers; Solish, Perry e Minnes,).

Come allora allargare le possibilità di gioco per un bambino con disabilità? Come favorire l’incontro tra il bambino e il piacere dell’aquilone e della palla che rotola?

Parlare di gioco e bambino con disabilità solo nei confini delle proposte di parchi accessibili non esaurisce la questione perché non contiene una riflessione seria e completa sui bisogni che raccogliamo dai genitori che incontriamo nel nostro lavoro quotidiano a L’abilità. Come sostenere il tempo di gioco al chiuso per un bambino con disturbo dello spettro autistico? Quali competenze servono perché un bambino con disabilità sensoriale si avvicini al gioco di manipolazione? Quale materialità dobbiamo costruire per un bambino con paralisi cerebrale? E soprattutto quale cultura del gioco dobbiamo portare nei contesti scolastici e comunitari perché il bambino senza disabilità desideri incontrare e giocare insieme al bambino con disabilità?

In un incontro di un po’ di tempo fa, una mamma di un bambino con tetraparesi mi disse che l’altro suo figlio, contento sorridendo finalmente di avere trovato una risposta ad una domanda che non faceva e non esprimeva ai genitori ma che aveva nella testa, qualche giorno prima le aveva comunicato di aver capito che cosa avesse il fratello. “Mamma, ho capito cosa ha Marco. Non ha fantasia”.

Marco non riusciva a giocare con lui nel gioco del far finta con le macchinine, non sapeva come mettersi per far finta di essere un cavallo, non capiva come girare le carte di un memory.

Garantire la fantasia ad un bambino con disabilità non è un impegno ma un dovere.

Parlare di gioco vuol dire stare nella responsabilità non solo pedagogica ma politica di rivedere nei piani sociosanitari ed educativi e quindi nel progetto di vita quale investimento socioeconomico e quindi di servizi e strutture devono essere dedicati all’educazione della libertà e del piacere dell’attività ludica. Che non è il contesto della play therapy di matrice psicologica o del gioco utilizzato dalla psicomotricista ma quello dell’incontro tra il limite del bambino e la consapevolezza dell’adulto competente che ritrova dentro di sé gli spazi, i desideri, la volontà del bambino per sapere proporre la strategia, la modalità o meglio lo sguardo per imparare a danzare in un universo giocoso.

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