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Dialogo tra Laura Borghetto, presidente di l’abilità, e Carlo Riva, direttore di l’abilità

LAURA. Il gioco è necessario, è un diritto per tutti i bambini. Concetto così semplice, intuitivo ma ancora così poco compreso nella sua essenza. Nella sua forza di radicale ripensamento dell’approccio alla disabilità, all’inclusione, ai diritti di ciascuno. Un concetto che dovrebbe cambiare i luoghi, la comunità educativa, addirittura il welfare.. Siamo stati coraggiosi ad aprire il primo Spazio Gioco a Milano dedicato ai bambini con disabilità nel 2000. Lucida follia… o scelta inevitabile?

CARLO. Suppongo scelta inevitabile. Aver incontrato tanti genitori, aver visto la difficoltà di tante mamme e papà nel trovare un gioco possibile, ascoltato la voglia di scappare via davanti ad un parco pieno di bambini che corrono e saltano. Doverli convincere a restare… a mettersi su un tappeto e lasciarsi andare… e vedere che mentre parlavo e spiegavo che cosa fare, si riaccendeva qualcosa…si rianimavano, riprendevano in braccio il loro bambino con uno sguardo di speranza. Un dovere rispondere a quelle richieste. Ma anche un piacere scorgere nel bambino anche più grave un sorriso di benessere.

LAURA. Non era facile spiegare tutto questo quasi 20 anni fa… il mondo del bambino con disabilità era organizzato solo su diagnosi, terapia, scuola…e noi volevamo un nuovo approccio dove il centro della vita del bambino fosse, come per tutti gli altri bambini, il gioco. È stato così che è nato il primo progetto “Famiglie in gioco”, nel 2000, con la legge 23/99.  Non sapevamo neanche che cosa fosse partecipare ad un bando o fare una scheda costi…

CARLO.  Avevamo però chiaro che l’abilità dovesse creare uno spazio per le famiglie e per i bambini, e avevamo assolutamente chiaro che non dovesse essere un setting sanitario, un luogo di terapia né un doposcuola.. Quindi nessun medico, nessuna patologia specifica, nessun volontario…

LAURA.  Irremovibili in questo, mi ricordo come ci guardavano con scetticismo quando andavamo a presentare il nostro spazio. “Ma voi chi siete? ma come fate a mettere bambini diversi insieme? E non peggioreranno? E perché mai dovrebbero divertirsi?”. Ma noi dritti per la nostra strada perché avevamo dalla parte i genitori, una piccola comunità che si stava creando, anche con il supporto di qualche cooperativa che seguiva i bambini con disabilità in domiciliare e cercava uno spazio organizzato dove poter fare attività e veniva da noi…

CARLO.  Ripensandoci il primo Spazio Gioco era un salone e poco più ma aveva già l’impostazione che oggi spiego nella formazione: il piccolo/piccolissimo gruppo, gli angoli organizzati e strutturati per i diversi tipi di gioco da quello motorio a quello simbolico, la programmazione stretta dei tempi…

LAURA. Il gioco è una cosa seria.

CARLO. Far giocare un bambino con disabilità è faticoso, bisogna conoscere i suoi tempi, rispettarne il ritmo e non anticipare. Ci vuole grande metodo e formazione. Tecnica e preparazione. Non è questione di giocattoli e di materiali, ma di risorse umane e di qualità di lavoro.

LAURA. Vogliamo dirlo che il modello che hai introdotto in Italia è quello delle Toy and Libraries del mondo anglosassone. E ribadire che più volte abbiamo cercato di sensibilizzare la pubblica amministrazione della città a creare un padiglione del gioco che potesse catalizzare l’esperienza fatta in qualcosa di ancora più innovativo e simbolico.

CARLO. Non potevamo più aspettare. Dovevamo fare il salto e l’abbiamo fatto con le nostre forze, indipendenti. Nuove aule per il gioco, un centro studi per la formazione. 600 mq dedicati ai bambini e alle famiglie.

LAURA. Ci basteranno?

di Laura Borghetto, presidente l’abilità onlus

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